Genitori I

Cosa avrai mai pensato, madre, nel ‘35
quando comprasti alla fiera di Milano
il finto caminetto dei Valtorta,
che ti costò tutti i tuoi risparmi?
E il nonno cosa disse, Taddi Angelo,
di professione ferroviere,
dopo aver speso tutto,
povera orfanella deamicisiana,
in un’Italia ormai fascista?
E cosa fu per te, quale revenge,
dopo secoli di pecore e abbandono
della nonna mai vista, Aspergius Santina,
che visse di persona la storia paleoindustriale
descritta dal suo Gramsci?
Ancora quante domande e risposte senza voce,
progenitori miei, per voi, per me, per queste terre?
Le roride cascine dei Valera,
distese sul piano umido e procace
dai tempi della Spagna e della peste
sepolta sotto cumuli di calce, vivono oggi
una lenta corruzione, disfatte dalla pioggia e dalla neve,
dal sole e dalle ombre, disertate dagli eredi
inurbatisi col tempo.
Le vostre rogge sono ancora gracchiate dalle rane,
sporcate dal sapone nei sabati del Boom,
quando il papà tornava alla terra dell’infanzia,
lavando l’A 40 Innocenti e costringendo me, suo figlio,
a far da porta acqua, come lui nel Trenta,
per i braccianti della Cascinazza.
Roridi campi di Lombardia, scena di lavoro
da più generazioni legate al loro suolo,
libere solo nella prigionia coatta della caserma,
nei sabati e domeniche dei mesi…
Come potrei cantarvi meglio e più spedito?

Madre I

E come potrei cantarti meglio, madre,
morta nel Settantotto, covata nel ricordo
laico, senza parole di speme o di abbandono?
Per sempre giovane e forte ti sentirò stendere le mani
sui prati di Vetan, e sollevarmi in volo,
farmi girare vorticosamente sui monti valdostani,
lontani nel tempo e nello spazio: un altro mondo.
Il viottolo saliva dietro il mare ad Albissola,
carico di fiori profumati: una cascata di serenelle,
il tuo mistero sottratto via con te, per sempre, al nostro senno.

Padre I

Un’altra dimensione la tua, padre,
quando rincasavi dopo il giorno di lavoro
in banca: la mamma prima, per anni io
dopo la sua morte a farti da mangiare.
Adesso rincaso in via Canonica,
e saluto il portinaio come tu un tempo,
e vivo gli anni che hai vissuto tu,
capofamiglia: più debole però,
meno deciso, e tanto più ignorante
del pratico maneggio delle cose.
Il mio sogno infantile di schivarle,
ruzzolato nella polvere a furia
di stringere le boe, costretto a fare,
decidere e disfare: quando poi sappiamo
ch’è tutto un bluff la vita, e un piccolo
capillare che non tiene nel cervello basta a svanirla.
E’ là il lumino spento della mamma,
sul colle di Brunello…
Chi lo sorveglierà dopo di te,
dopo di me, dal nulla dell’oblio?
Come non fossero mai esistiti Novara, il Duce, Taddi Angelo,
la cupola pietosa di san Gaudenzio e il nostro amore,
compreso nel Boom. Quando l’automobilina
di plastica gialla della Rinascente bastava
a rendermi felice, e brillava come il neon
di un lucido da scarpe sui palazzi di piazza Duomo.

La Bottatrice

E ancora non basta a farmi realizzare
l’abisso melmoso della chiusa sul Naviglio
nei pressi del Ticino…
L’entità tenace che affonda il galleggiante
e il pescatore che tira per riemergerla,
quando il pesce del ricordo
strappa giù nel profondo.
Con tutte le sue forze, recupera
allora il pondo desiato e si trastulla
nelle ipotesi: persico, luccio o cavedano,
storione, temolo o vairone…
No! Troppo forte lo strattone!
Poi a pelo d’acqua appare la sua forma,
sagoma indistinta tirata fino a riva:
l’orrida bottatrice, amalgama di fango
e putrefazioni, figura sfatta
del mantrugiamento, pestata
nel mortaio del passato…
Mostro genetico che scoraggia
tutti i recuperi, che non siano d’acque
limpide e tranquille…
Solo pesci puliti: trota, temolo, salmone…
Sporchi i ricordi vivono male
e danno vita a torbidi composti.

Genitori 2

Salgono leggere le farfalle sulle siepi
dei rovi ai bordi del Ticino, gialle,
bianche, azzurre velluto e polvere
impalpabile d’argento.
Il posto era oltre la Pineta,
sullo sperone della roccia di Saint Nicolas.
La nostra caccia, padre, nel sole abbagliante
di mezzogiorno, mentre la mamma
cucinava nella casa d’affitto
del paese, vantava prede preziose:
vanesse soprattutto, io e macaone,
e intramontabili le cavolaie.
L’odore forte di naftalina, etere
e insetticida sigillava per sempre
quella casa, teatro di corse ciclistiche
a palline e lanci debosciati di coltelli.
Sotto il tuo sguardo sollecito e sicuro,
dentro il nido che hai costruito per me,
padre, e per gli uccelli del bosco,
inchiodato su un acero,
sulla strada per Vetan.
Pascoli chiari e luminosi della mia infanzia,
frequentati solo da mucche valdostane
placide e rapidi cani da pastore,
tra i volteggi di farfalle delle nevi.

Geode

E poi nelle cave ricche di cristalli
i giri innumerevoli sui monti
della Svizzera italiana, intorno a Luino,
per cercare l’oro rovistando
nelle discariche, il regno delle bisce.
E per sempre, padre, ti ricorderò
sospeso al sasso di Bisuschio,
col sangue che ti usciva copioso
dal naso per una scalpellata.
Ma la geode era nostra, l’avevi tolta
al suo scrigno di roccia calcare:
i cristalli di calcite perfetti e intatti
vedevano la luce dopo un’eternità di buio.

Versi

Intanto lucono questi poveri versi,
opachi cristalli di calcite, stillati
dalle rocce lombarde del Triassico,
che non conoscono ametiste: solo
rari quarzi torbidi e piccoli granati,
pesti nel mortaio della memoria
senza arte di lima o di cesello.
Cosa potrà mai del resto produrre
un liceale sviato? Nel mondo rifiutato
dei manager, dei falsi artisti in cerca
d’emozioni, con tanti soldi per viver da leoni,
io recito la parte del coglione, anche
se ho studiato a lungo come Amleto,
e passeggiato a volte scuro in viso,
fischiando con la testa reclinata da un lato,
per essere più amato dalle donne…
Ma non va più di moda il tipo triste.